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Quindici anni dopo l’Iraq come monito

Chi ha un po’ di memoria fotografica, prima che politica, non può dimenticare le immagini di piazza Firdos a Baghdad quando le truppe di occupazione americane, giunte sul posto, abbatterono la statua di Saddam Hussein. Una scena ben studiata e da buttare in pasto all’opinione pubblica occidentale visto che poi, particolare su cui quasi nessuno si sofferma, la stampa internazionale alloggiava nei due hotel immediatamente adiacenti: il Palestine e lo Sheraton.

Oggi a distanza di quindici anni l’Iraq è una polveriera, dilaniato da altrettanti anni di guerra civile (sunniti contro sciiti, per semplificare) ed alle prese con lo Stato Islamico. Un pasticcio prima umanitario, solo se pensiamo al crollo verticale della millenaria comunità cristiana nel paese (da un milione e mezzo prima del 2004 a poco più di 450 mila oggi), poi geopolitico con la sua entrata nell’orbita dell’Iran nonostante otto anni di guerra foraggiata dall’occidente (1980 – 1988) in funzione anti Khomeini.

9 Aprile 2003, piazza Firdos, Baghdad. Foto di Ansa.it

9 Aprile 2003, piazza Firdos, Baghdad.
Foto di Ansa.it

Firdos, che in arabo corrente significa paradiso, deriva dal termine farsi paridaida (giardino) e dà ancora oggi il nome al principale poeta epico persiano Ferdowsi (letteralmente: paradisiaco). Con milioni di morti e quasi trent’anni dopo Baghdad non ricorda né un eden né altro, ma per una strana legge del contrappasso è diventata il giardino di casa di Teheran in una matassa indistricabile: milizie sciite dipendenti dai pasdaran partecipano attivamente alla lotta contro l’Isis nel fragile confine siro – irakeno, contando addirittura su delle componenti cristiane in quella che a tutti gli effetti si è trasformata nella mezzaluna sciita a trazione degli ayatollah.

Ecco perché i sauditi con Mohammed Bin Salman, dopo aperture significative nei confronti di Israele, si sono affrettati a ricercare anche il clero sciita irakeno di Najaf, diretto concorrete di quello iraniano di Qom, come un interlocutore di pari livello.

Un insuccesso geopolitico che mostra come dietro a quella che Alberto Negri definisce la madre di tutte le bufale, cioè l’accusa a Saddam di possedere armi chimiche, ci sia stata o tanta impreparazione o la seria volontà di disimpegnarsi da tutto un vicino e medio oriente lasciandolo, però, in fiamme.

Distruggere quell’embrione statale costituito dal baahtismo ha scoperchiato un vaso di pandora con conseguenze inaspettate. Chi vuole emulare l’interventismo di quindici anni fa in Siria mediti. Visti attori ed interessi in campo, russi israeliani turchi sauditi americani iraniani solo per citarne alcuni, o la facilità con cui la distruzione degli stati nazionali porta ai tribalismi, sarebbe meglio abbandonare ogni velleità di questo genere.

2 comments

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  1. maurizio

    invece no, bisognava intervenire e anche sulle altre situazioni di oppressione…dopodiché i vari tribalismi andavano e vanno gestiti da un’idea politica chiara,univoca, categorica e impegnative per tutti…..come in Italia ma di Benito però !!!

  2. maurizio

    invece no, bisognava intervenire e anche sulle altre situazioni di oppressione…dopodiché i vari tribalismi andavano e vanno gestiti da un’idea politica chiara,univoca, categorica e impegnativa per tutti…..come in Italia ma di Benito però !!!

  1. Quindici anni dopo l’Iraq come monito | Gu Emme Ci

    [...] da areazione.net [...]

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