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Quale futuro per l’Italia?

A quasi due mesi dal 4 Marzo, fatidica data delle ultime elezioni politiche italiane, il nostro Paese si ritrova ancora sprovvisto di un Esecutivo incaricato e la situazione non accenna a migliorare: cerchiamo di capirci qualcosa.

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Come sappiamo il Movimento 5 Stelle pur essendo di gran lunga il partito più votato non ha neanche lontanamente i numeri per poter governare, e questo è un primo, se non il principale, problema: Luigi Di Maio è rapidamente passato dall’essere la personificazione degli ideali pentastellati (onestà, trasparenza, indipendenza, riassumendo sommariamente) ad una sua versione 2.0, molto più simile ai parrucconi della “vecchia politica” così avidamente attaccati alla loro poltrona. Per Di Maio l’approdo a Palazzo Chigi è un’occasione da non perdere per una moltitudine di motivi: intanto perché obiettivamente il salto di qualità da disoccupato a Presidente del Consiglio in meno di 5 anni è un qualcosa che ingolosirebbe chiunque, sul piano più pratico invece va segnalato che da regolamento interno dei grillini non si può essere eletti tra le fila del Movimento per più di due volte e con la legislatura corrente Di Maio è già alla sua seconda possibilità (che l’improvvisa voglia di vedere il mondo e passare più tempo con la famiglia esternata Di Battista come motivazione alla sua mancata candidatura sia stata una scelta politica più che lungimirante?).
A questo punto Di Maio, tappandosi il naso, si è trovato nella scomoda situazione di dover cercare ciò che è visto come la peste nera dai “votanti del blog”: degli alleati, e dove cercarli se non tra gli altri grandi vincitori delle politiche dello scorso Marzo? I nuovi leghisti erano (o sono?) agli occhi di Di Maio una possibilità che permetterebbe, almeno in parte, di salvare la faccia con il suo elettorato: comunanza di visione politica su determinati temi strategici (es: Euro zona, lavoro, tagli dei costi della politica), soggetti relativamente giovani o comunque non eccessivamente invischiati nelle scabrose vicende della seconda Repubblica e un certo populismo di fondo che li identifica come le forze di rottura con il passato. Un piano tutto sommato condivisibile nell’ottica dei 5 Stelle ma che vede un enorme ed ingombrante ostacolo: Silvio Berlusconi.

Forza Italia per la prima volta dalla sua nascita non è stato il primo partito della coalizione di centrodestra e questo ha relegato (almeno apparentemente) il Cavaliere ad una posizione di comprimario che proprio non gli si confà, ma che è costretto a recitare per scongiurare il vero dramma che si verificherebbe per Berlusconi in caso di immediate elezioni anticipate: sarebbe facile in uno scenario simile prevedere come l’elettorato di centrodestra si sposterebbe in massa sulla Lega che finirebbe per fagocitare Forza Italia.
Salvini da par suo non ha interesse a “tradire” una coalizione di fatto vincente (anche se inabile a governare), allo stesso tempo sarebbe tutt’altro che scontento da un nuovo ritorno alle urne ed inoltre vede come una possibilità anche l’ipotesi di un Governo a 5 Stelle, che difficilmente arriverebbe a fine legislatura e che vedrebbe nel suo partito la principale forza di opposizione, pronta a rilevare lo scettro alle prossime elezioni (magari con una nuova Legge elettorale che permetta a qualcuno di vincere). 7eb633f2ab3ab3e3d889fba198f473a4-28508-kERC-U111077848191uvD-1024x576@LaStampa.it
Anche in quest’ottica il leader leghista ha avuto vari incontri con i 5 Stelle, dimostrandosi più che disponibile ad una collaborazione e quasi rassicurandoli sull’improbabile passo indietro di Berlusconi, facendo fare la bocca a Di Maio alla possibilità di mettere le mani sui voti di Forza Italia senza l’onta di dover scendere a patti direttamente con Berlusconi salvo poi defilarsi ogni volta all’ultimo facendo risultare agli occhi dell’opinione pubblica Di Maio come unico responsabile dello stallo politico attuale.

Una volta tagliati i ponti con la coalizione di centrodestra a Di Maio non resterebbe che andare a cercare maggiore fortuna a sinistra, dove troverà un PD orfano di Matteo Renzi (questo per i 5 Stelle può essere un vantaggio) e che ancora si sta leccando le ferite dopo il disastro elettorale del 4 Marzo. In questo momento storico il partito del Nazareno necessita di una profonda rifondazione e dovrebbe ripartire dalle basi di una politica sempre più lontana dal “popolo” che storicamente ha rappresentato, allo stesso tempo rientrare al tavolo del Governo da un’insperata porta sul retro sarebbe una prospettiva troppo ghiotta per non essere presa in considerazione, specie se l’alternativa è di passare (almeno) cinque anni da opposizione totalmente ininfluente.

I risultati delle elezioni regionali del Molise non hanno fatto che ingarbugliare una situazione già di per sé complessa: alla conclamata disfatta del PD (cui non resta che sperare di non crollare del tutto nelle prossime elezioni regionali del Friuli Venezia Giulia) si è aggiunto il deciso calo di consensi del Movimento 5 Stelle, che si è comunque confermato di gran lunga il primo partito ma che ha visto calare quasi dell’11% i consensi in Molise rispetto al voto del 4 Marzo. Il tutto a vantaggio del centrodestra che ha visto eletto Presidente il candidato di Forza Italia Donato Toma, in un clima politico di campagna elettorale perpetua siamo certi che anche questa potrà essere una carta importante da giocare per Berlusconi nell’ottica di un nuovo Governo.

I vari turni di consultazioni presso il Presidente della Repubblica sono serviti solo ai giornali per stampare qualche numero in più ma si sono rivelati ovviamente inutili: a che serve salire al Quirinale a fare la figura dei bravi bambini che agiscono per ridare stabilità al Paese quando in realtà nella loro prospettiva politica conta solo il proprio orticello?

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