Giù le mani dalla Siria.

Gli ultimi bombardamenti americani sul territorio siriano non sono che l’ultima di un’infinita serie di violazioni gravissime del diritto internazionale, non è accettabile che i “soliti noti” si arroghino il diritto di decidere le sorti di popoli e nazioni per il proprio squallido tornaconto economico.
Il Vostro imperialismo ci fa sempre più schifo, giù le mani dalla Siria.

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“Hic manebimus optime!”

Da 16 anni, mai un passo indietro.

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Quale futuro per l’Italia?

A quasi due mesi dal 4 Marzo, fatidica data delle ultime elezioni politiche italiane, il nostro Paese si ritrova ancora sprovvisto di un Esecutivo incaricato e la situazione non accenna a migliorare: cerchiamo di capirci qualcosa.

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Come sappiamo il Movimento 5 Stelle pur essendo di gran lunga il partito più votato non ha neanche lontanamente i numeri per poter governare, e questo è un primo, se non il principale, problema: Luigi Di Maio è rapidamente passato dall’essere la personificazione degli ideali pentastellati (onestà, trasparenza, indipendenza, riassumendo sommariamente) ad una sua versione 2.0, molto più simile ai parrucconi della “vecchia politica” così avidamente attaccati alla loro poltrona. Per Di Maio l’approdo a Palazzo Chigi è un’occasione da non perdere per una moltitudine di motivi: intanto perché obiettivamente il salto di qualità da disoccupato a Presidente del Consiglio in meno di 5 anni è un qualcosa che ingolosirebbe chiunque, sul piano più pratico invece va segnalato che da regolamento interno dei grillini non si può essere eletti tra le fila del Movimento per più di due volte e con la legislatura corrente Di Maio è già alla sua seconda possibilità (che l’improvvisa voglia di vedere il mondo e passare più tempo con la famiglia esternata Di Battista come motivazione alla sua mancata candidatura sia stata una scelta politica più che lungimirante?).
A questo punto Di Maio, tappandosi il naso, si è trovato nella scomoda situazione di dover cercare ciò che è visto come la peste nera dai “votanti del blog”: degli alleati, e dove cercarli se non tra gli altri grandi vincitori delle politiche dello scorso Marzo? I nuovi leghisti erano (o sono?) agli occhi di Di Maio una possibilità che permetterebbe, almeno in parte, di salvare la faccia con il suo elettorato: comunanza di visione politica su determinati temi strategici (es: Euro zona, lavoro, tagli dei costi della politica), soggetti relativamente giovani o comunque non eccessivamente invischiati nelle scabrose vicende della seconda Repubblica e un certo populismo di fondo che li identifica come le forze di rottura con il passato. Un piano tutto sommato condivisibile nell’ottica dei 5 Stelle ma che vede un enorme ed ingombrante ostacolo: Silvio Berlusconi.

Forza Italia per la prima volta dalla sua nascita non è stato il primo partito della coalizione di centrodestra e questo ha relegato (almeno apparentemente) il Cavaliere ad una posizione di comprimario che proprio non gli si confà, ma che è costretto a recitare per scongiurare il vero dramma che si verificherebbe per Berlusconi in caso di immediate elezioni anticipate: sarebbe facile in uno scenario simile prevedere come l’elettorato di centrodestra si sposterebbe in massa sulla Lega che finirebbe per fagocitare Forza Italia.
Salvini da par suo non ha interesse a “tradire” una coalizione di fatto vincente (anche se inabile a governare), allo stesso tempo sarebbe tutt’altro che scontento da un nuovo ritorno alle urne ed inoltre vede come una possibilità anche l’ipotesi di un Governo a 5 Stelle, che difficilmente arriverebbe a fine legislatura e che vedrebbe nel suo partito la principale forza di opposizione, pronta a rilevare lo scettro alle prossime elezioni (magari con una nuova Legge elettorale che permetta a qualcuno di vincere). 7eb633f2ab3ab3e3d889fba198f473a4-28508-kERC-U111077848191uvD-1024x576@LaStampa.it
Anche in quest’ottica il leader leghista ha avuto vari incontri con i 5 Stelle, dimostrandosi più che disponibile ad una collaborazione e quasi rassicurandoli sull’improbabile passo indietro di Berlusconi, facendo fare la bocca a Di Maio alla possibilità di mettere le mani sui voti di Forza Italia senza l’onta di dover scendere a patti direttamente con Berlusconi salvo poi defilarsi ogni volta all’ultimo facendo risultare agli occhi dell’opinione pubblica Di Maio come unico responsabile dello stallo politico attuale.

Una volta tagliati i ponti con la coalizione di centrodestra a Di Maio non resterebbe che andare a cercare maggiore fortuna a sinistra, dove troverà un PD orfano di Matteo Renzi (questo per i 5 Stelle può essere un vantaggio) e che ancora si sta leccando le ferite dopo il disastro elettorale del 4 Marzo. In questo momento storico il partito del Nazareno necessita di una profonda rifondazione e dovrebbe ripartire dalle basi di una politica sempre più lontana dal “popolo” che storicamente ha rappresentato, allo stesso tempo rientrare al tavolo del Governo da un’insperata porta sul retro sarebbe una prospettiva troppo ghiotta per non essere presa in considerazione, specie se l’alternativa è di passare (almeno) cinque anni da opposizione totalmente ininfluente.

I risultati delle elezioni regionali del Molise non hanno fatto che ingarbugliare una situazione già di per sé complessa: alla conclamata disfatta del PD (cui non resta che sperare di non crollare del tutto nelle prossime elezioni regionali del Friuli Venezia Giulia) si è aggiunto il deciso calo di consensi del Movimento 5 Stelle, che si è comunque confermato di gran lunga il primo partito ma che ha visto calare quasi dell’11% i consensi in Molise rispetto al voto del 4 Marzo. Il tutto a vantaggio del centrodestra che ha visto eletto Presidente il candidato di Forza Italia Donato Toma, in un clima politico di campagna elettorale perpetua siamo certi che anche questa potrà essere una carta importante da giocare per Berlusconi nell’ottica di un nuovo Governo.

I vari turni di consultazioni presso il Presidente della Repubblica sono serviti solo ai giornali per stampare qualche numero in più ma si sono rivelati ovviamente inutili: a che serve salire al Quirinale a fare la figura dei bravi bambini che agiscono per ridare stabilità al Paese quando in realtà nella loro prospettiva politica conta solo il proprio orticello?

La legalizzazione delle droghe leggere

La legalizzazione delle droghe leggere negli ultimi anni si è rivelato un tema scottante e di particolare importanza per alcuni movimenti e partiti, soprattutto nell’ambiente di sinistra e centro sinistra.
È da circa due anni che è infatti in discussione alla Camera una proposta di Legge per la legalizzazione della cannabis, iniziativa firmata da 218 deputati di quasi tutti i partiti politici (compresi M5S e FI) ma che al momento si trova in una fase di stallo. SI-PUO-FARE-IMG

Nel mondo con il passare degli anni il consumo di questo specifico stupefacente si sta sempre di più liberalizzando: in California, lo stato più popoloso degli Stati Uniti, dal primo gennaio 2018 è legale il consumo di Marijuana a scopo ricreativo per tutti i cittadini maggiori di 21 anni dopo che nel 2016 la popolazione si è espressa a favore attraverso un referendum popolare. Negli USA gli altri stati che hanno legalizzato il consumo sono Colorado, Washington, Alaska, Oregon e distretto di Columbia, mentre in Europa e nel resto del mondo ci sono Olanda, Spagna, Uruguay, il Bangladesh ed una serie di altri paesi, fra cui l’Italia, in cui il consumo di THC (il principio attivo della Cannabis) è stato depenalizzato. Nonostante ciò il dibattito resta acceso: il 4 gennaio 2018 l’Ansa ha riportato che “Trump annullerà la politica dell’era Obama di scoraggiare i procuratori federali a perseguire reati legati alla marijuana negli stati che l’hanno legalizzata” (Ansa, 2018) e che il Tycoon abbia intenzione di iniziare una vera e propria guerra alla legalizzazione delle droghe leggere.

Secondo la nostra Legge, l’uso personale di marijuana non è un reato ma può comportare l’erogazione di alcune sanzioni quali la revoca del passaporto, della patente e del permesso di soggiorno. Ciò che invece è perseguita penalmente è la detenzione ai fini spaccio, elemento che si dimostra in base alla quantità di cui si è in possesso, le circostanze e il ritrovamento di apposita attrezzatura.
Il Rapporto europeo sulle droghe dell’Emcdda, afferma che il 31,9% degli italiani tra i 15 e i 64 anni ha provato almeno una volta nella vita la cannabis (Emcdda, 2017). L’Italia quindi si posizione al terzo posto tra i paesi consumatori di Marijuana, persino sopra l’Olanda dove l’uso è legale. È dunque evidente come il consumo di Marijuana (o Hashish) sia veramente esteso, anche considerato che sempre secondo lo stesso Rapporto dell’Osservatorio Europeo delle Droghe e delle Tossicodipendenze, l’1% della popolazione europea è fumatrice abituale di canapa (Emcdda, 2017).

Ma se il consumo è così diffuso e se la vendita è illegale ciò significa che la distribuzione, almeno nei paesi dove è non è regolamentata, è gestita da organizzazioni criminali: può quindi lo Stato permettere che un mercato così grande sia gestito da criminali? Il fenomeno va a creare una serie di effetti negativi come l’aumento diffuso della criminalità, soggetti che per soddisfare le proprie dipendenze devono entrare in contatto con criminali, nessuna entrata nelle casse dello stato (inutile dire che lo spaccio è esente da tassazione), più spese per sicurezza, lotta alla criminalità e carceri, in ultimo la totale mancanza di controllo potrebbe comportare una scarsa qualità del prodotto che potrebbe causare problemi di salute per i consumatori. Inoltre in Colorado, il consumo di Marijuana in seguito alla legalizzazione è addirittura diminuito, come afferma un’indagine statistica del Dipartimento per La Salute Pubblica e l’Ambiente dello stato del Colorado (Health Kids Colorado Survey, 2015).

Piero David e Ferdinando Ofria, docenti dell’Università di Messina, hanno più specificamente analizzato i benefici di una ipotetica legalizzazione da un punto di vista economico:

1) L’Istat per l’anno 2011 calcola in 10,5 miliardi il nuovo Pil derivante dal traffico di stupefacenti.
2) I benefici indiretti li segnala l’ultima relazione della Direzione nazionale antimafia, nella quale si dichiara che se si vuole reprimere più efficacemente il traffico di droghe pesanti (eroina e cocaina) e ridurre contemporaneamente la liquidità delle organizzazioni criminali, va ipotizzata una regolamentazione delle droghe leggere.
3) Il terzo aspetto riguarda i vantaggi fiscali diretti della legalizzazione. Li possiamo stimare considerandoli come la somma di due componenti:
a) la riduzione di spesa sostenuta per l’applicazione della normativa proibizionista;
b) le imposte riscosse sulle vendite.

La spesa per la repressione, utilizzando i dati dell’anno 2011 (gli ultimi disponibili), è rappresentata dal costo dei detenuti per traffico di stupefacenti (il 37% del totale), stimabile in poco più di un miliardo di euro e dalle risorse impiegate per reprimere il fenomeno da parte di forze dell’ordine e magistratura.
L’economia potrebbe giovare dalla legalizzazione perché si tratterebbe semplicemente della regolarizzazione di un mercato che di fatto è già aperto, nel senso che chiunque può con facilità procurarsi una dose di questo tipo di stupefacenti.
Attraverso una regolamentazione più aperta quindi, non si andrebbe a stimolare il consumo, come dimostra il caso del Colorado, ma si permetterebbe solamente ai consumatori di poterlo fare legalmente.

Nonostante gli innegabili effetti positivi della legalizzazione bisogna guardare anche l’altra faccia della medaglia e riflettere anche su un altro tipo di conseguenze come quelle relative alla salute.
Gian Paolo Guelfi, psichiatra ed esperto in tossicodipendenze, elenca all’interno di “Gli aspetti clinici dell’abuso di Cannabis” (Guelfi) gli effetti che questa droga può avere sui suoi consumatori ed individua effetti acuti e cronici. Nella prima tipologia rientrano ansia, disforia, panico e paranoia (specialmente in “fumatori” non sperimentati), compromissione cognitiva (soprattutto a carico della memoria e dell’attenzione), aumento del rischio di sperimentare sintomi psicotici da parte di coloro che sono vulnerabili per questioni personali o familiari.
Tra gli effetti cronici si evidenziano quelli più probabili come malattie respiratorie associate all’abitudine di “fumare”, sviluppo di una sindrome da dipendenza da cannabis e quelli possibili come il rischio di alcuni tumori maligni e il declino delle capacità lavorative.
La National Academy of Sciences Engineering Medicine in uno dei più grandi studi sugli effetti della cannabis (“The National Academy of Sciences Engineering Medicine, 2017″) ha riportato circa cento conclusioni sull’efficacia medica di queste piante. Tra queste vi sono l’uso palliativo per la nausea e il vomito per i pazienti in cura chemioterapica e la riduzione del dolore e la diminuzione degli spasmi muscolari per i soggetti con sclerosi multipla. Anche in questo studio sono stati evidenziati gli effetti negativi del consumo come l’aumento del rischio di sviluppare schizofrenia, ansia e depressione e l’aumento di incidenti stradali ma secondo le evidenze di queste studio non c’è nessuna correlazione tra cancro e marijuana a meno che questa non venga fumata con tabacco.

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Ciò che molti non sanno è che già dal 2006 la Cannabis è prescrivibile dai medici ed acquistabile in farmacia per “l’impiego nel dolore cronico e di quello associato a sclerosi multipla e a lesioni del midollo spinale; nella nausea e vomito causati da chemioterapia, radioterapia, terapie per HIV” (Ministero della Salute, 2016) ed altri trattamenti.
Visto che l’uso medico è già permesso bisogna soffermarsi a riflettere sulla legalizzazione a scopo ricreativo e la domanda sorge spontanea: è giusto che lo Stato faccia diventare legale una sostanza con così tanti effetti negativi sulla salute dei suoi cittadini solamente per permettergli di “sballarsi”?
La nostra opinione è anche i più “ben visti” alcol e tabacco abbiano effetti devastanti sulla nostra salute e che il proibizionismo non funzioni, anzi, è stato dimostrato come negli stati in cui la marijuana è diventata legale, il consumo sia addirittura diminuito.
Sembra altresì una incoerenza e abbastanza esagerato che una persona debba rischiare delle conseguenze penali o amministrative per fumare uno spinello mentre si può liberamente bere alcolici fino ad ubriacarsi. Nonostante ciò sarebbe necessario che la massa di consumatori abituali si renda conto che fumare marijuana non è un diritto, loro come i partiti e movimenti che fanno di questa “battaglia” la loro unica ragione di esistere.
E’ fortemente sbagliato insegnare ai giovani che “lo sballo” sia un qualcosa di dovuto e un qualcosa per cui valga la pena lottare, inoltre molto spesso si giustifica la legalizzazione per fine ricreativo con evidenze mediche ma, come abbiamo visto, è possibile già dal 2006 prescrivere cannabinoli per alcune terapie.
In conclusione la nostra opinione è che la Cannabis e i suoi derivati dovrebbero essere legalizzati anche a scopo ricreativo sia i per i motivi economici che abbiamo trattato precedentemente e per la lotta alla criminalità sia per il fatto che il mercato di queste droghe è di fatto già aperto e queste sono facilmente acquistabili da chiunque. Lo Stato e la classe politica dovrebbero però far capire che queste droghe sono pericolose per la salute (le evidenze scientifiche parlano chiaro) e che fumare marijuana non debba essere né qualcosa di ordinario né una moda e che soprattutto non è un diritto. Ai giovani andrebbero offerte alternative ricreative coinvolgenti come lo sport ma anche una maggiore sensibilizzazione culturale e politica, si dovrebbe infine riflettere su quali siano i modelli e gli idoli degli adolescenti di questa generazione.

L’abuso di droghe infatti non è tanto un problema di legalizzazione o meno quanto un problema culturale che caratterizza sempre di più la nostra società e che dovrebbe essere risolto dall’intervento dello Stato non attraverso repressione e proibizionismo ma intervenendo sull’educazione dei giovani.

Bibliografia

Ansa. (2018, gennaio 2018). Trump, guerra a legalizzazione marijuana. Tratto da Ansa.it: http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/nordamerica/2018/01/04/trump-guerra-a-legalizzazione-marijuana_bbed9c41-acbf-4fd5-8f61-21ba398f5be5.html

David, P., & Ofria, F. (2015). Droghe leggere: la legalizzazione è un buon affare. Tratto da Lavoce.info: http://www.lavoce.info/archives/36435/droghe-leggere-la-legalizzazione-e-un-buon-affare/
Emcdda. (2017, giugno 6). Relazione europea sulla droga. Tratto da Emcdda Europa: http://www.emcdda.europa.eu/system/files/publications/4541/TDAT17001ITN.pdf

Guelfi, G. P. (s.d.). Aspetti clinici dell’abuso di Cannabis. Tratto da Dronet.org: http://www.dronet.org/lineeguida/ligu_pdf/cannabis.pdf

Health Kids Colorado Survey. (2015). Marijuana use among youth in Colorado. Tratto da Colorado.Gov: https://www.colorado.gov/pacific/sites/default/files/PF_Youth_MJ-Infographic-Digital.pdf

Ministero della Salute. (2016). Uso medico della cannabis. Tratto da salute.gov.it: http://www.salute.gov.it/portale/temi/p2_6.jsp?lingua=italiano&id=4587&area=sostanzeStupefacenti&menu=vuoto

The National Academy of Sciences Engineering Medicine . (2017). The Health Effects of Cannabis and Cannabinoids. Tratto da nationalacademies.org: http://www8.nationalacademies.org/onpinews/newsitem.aspx?RecordID=24625

Giù le mani dalla Siria

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Quindici anni dopo l’Iraq come monito

Chi ha un po’ di memoria fotografica, prima che politica, non può dimenticare le immagini di piazza Firdos a Baghdad quando le truppe di occupazione americane, giunte sul posto, abbatterono la statua di Saddam Hussein. Una scena ben studiata e da buttare in pasto all’opinione pubblica occidentale visto che poi, particolare su cui quasi nessuno si sofferma, la stampa internazionale alloggiava nei due hotel immediatamente adiacenti: il Palestine e lo Sheraton.

Oggi a distanza di quindici anni l’Iraq è una polveriera, dilaniato da altrettanti anni di guerra civile (sunniti contro sciiti, per semplificare) ed alle prese con lo Stato Islamico. Un pasticcio prima umanitario, solo se pensiamo al crollo verticale della millenaria comunità cristiana nel paese (da un milione e mezzo prima del 2004 a poco più di 450 mila oggi), poi geopolitico con la sua entrata nell’orbita dell’Iran nonostante otto anni di guerra foraggiata dall’occidente (1980 – 1988) in funzione anti Khomeini.

9 Aprile 2003, piazza Firdos, Baghdad. Foto di Ansa.it

9 Aprile 2003, piazza Firdos, Baghdad.
Foto di Ansa.it

Firdos, che in arabo corrente significa paradiso, deriva dal termine farsi paridaida (giardino) e dà ancora oggi il nome al principale poeta epico persiano Ferdowsi (letteralmente: paradisiaco). Con milioni di morti e quasi trent’anni dopo Baghdad non ricorda né un eden né altro, ma per una strana legge del contrappasso è diventata il giardino di casa di Teheran in una matassa indistricabile: milizie sciite dipendenti dai pasdaran partecipano attivamente alla lotta contro l’Isis nel fragile confine siro – irakeno, contando addirittura su delle componenti cristiane in quella che a tutti gli effetti si è trasformata nella mezzaluna sciita a trazione degli ayatollah.

Ecco perché i sauditi con Mohammed Bin Salman, dopo aperture significative nei confronti di Israele, si sono affrettati a ricercare anche il clero sciita irakeno di Najaf, diretto concorrete di quello iraniano di Qom, come un interlocutore di pari livello.

Un insuccesso geopolitico che mostra come dietro a quella che Alberto Negri definisce la madre di tutte le bufale, cioè l’accusa a Saddam di possedere armi chimiche, ci sia stata o tanta impreparazione o la seria volontà di disimpegnarsi da tutto un vicino e medio oriente lasciandolo, però, in fiamme.

Distruggere quell’embrione statale costituito dal baahtismo ha scoperchiato un vaso di pandora con conseguenze inaspettate. Chi vuole emulare l’interventismo di quindici anni fa in Siria mediti. Visti attori ed interessi in campo, russi israeliani turchi sauditi americani iraniani solo per citarne alcuni, o la facilità con cui la distruzione degli stati nazionali porta ai tribalismi, sarebbe meglio abbandonare ogni velleità di questo genere.

Refugees not welcome!

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Fredde ombre di guerra

“In segno di solidarietà con Regno Unito e in coordinamento con partner Europei e alleati NATO…” è stata la frase di Federica Mogherini che ha preceduto l’espulsione congiunta dei molti diplomatici russi dalle proprie sedi.
Il resto semplice cronaca. La sensazione però è che i membri NATO abbiano agito con sufficienza e con poca lucidità in questa vicenda. Se da un lato è vero che la contromossa più plausibile del Cremlino possa essere un quasi innocuo occhio per occhio nei confronti dei diplomatici europei e americani in territorio russo, e di questo la NATO pare aver tenuto conto, non è da escludersi con certezza una ritorsione più problematica.

Il nucleo centrale di questa snervante partita a scacchi è che la vera potenza di uno Stato si misura sul suo grado di indipendenza e autosostentamento a livello energetico.
L’energia muove un paese con la sua economia e una sufficiente autonomia energetica svincola un produttore da rapporti politico/economici che potrebbero diventare opprimenti unilateralmente.
La NATO non sembra aver fatto conti approfonditi su un aspetto così delicato. O meglio, non tutta la NATO. Perché se da un lato gli Stati Uniti sono fortemente tutelati in questo senso, lo stesso non può dirsi per gli Stati Europei, tra i più grandi importatori di fonti energetiche primarie.

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Principale esportatore è sicuramente la Russia (l’azienda Gazprom è totalmente pubblica) che mediante la fitta rete europea di gasdotti e oleodotti rifornisce quotidianamente tutta l’Europa di gas naturale, petrolio e altri idrocarburi necessari per la produzione di energia elettrica. L’altra faccia della medaglia è che l’economia russa è inevitabilmente influenzata da queste esportazioni, mantenendo però una certa posizione privilegiata all’interno dei delicati trattati commerciali vigenti.

Se l’epilogo di questa situazione destabilizzante fosse quello peggiore, avremmo un’Unione Europea completamente inerme di fronte allo strapotere dei due eterni antagonisti, quest’ultima, già così fragile nelle fondamenta, potrebbe esplodere definitivamente schiacciata dalle sue stesse insensate operazioni in ambito internazionale.
A questo punto ci si potrebbe chiedere il movente che ha portato ad una scelta così estrema e insensata da parte dell’UE, quale sia il vero ruolo della Gran Bretagna in questa partita, senza contare il concreto sospetto che la causa scatenante abbia un colpevole certo (si guardi ad Occidente), e soprattutto quali siano i reali intenti degli Stati Uniti che da questa situazione ne trarrebbero il maggior vantaggio.

Tutte risposte che probabilmente non avremo mai. O magari fin troppo presto.

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