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Non chiamateli kamikaze

Chi erano i kamikaze? Perché i cosiddetti martiri dell’Isis non possono e non devono essere accomunati ai combattenti giapponesi? Queste le due domande che si pone Daniele dell’Orco nel suo ultimo saggio “Non chiamateli kamikaze, Dai Cavalieri del Vento Divino ai tagliagole dell’Isis”, 2017, edito da Giubilei Regnani, nel quale, oltre a mettere a confronto l’etica del Bushido con quella dei tagliagole del vicino Oriente, mette sotto accusa l’uomo occidentale, vittima degli eventi da lui stesso scatenati dopo aver perso gran parte delle virtù del passato. 9788898620425_0_0_0_75

Uno dei passi più riflessivi del libro sicuramente è la parte in cui viene trattata l’etica del kamikaze, vicina all’antico pensiero classico occidentale ma discostatosi nel tempo a causa dell’etica cristiana, secondo la quale l’uomo non è nella disponibilità di “gettar via” la vita, in quanto dono di Dio. Dell’Orco analizza quindi il sacrificio dei martiri giapponesi, spiegando al lettore cosa sia realmente il Bushido e come si sia giunti durante la seconda guerra mondiale ad un “Bushido di Stato”, approfittando anche per dargli una infarinatura sulla storia del Giappone.

L’uomo bomba dell’Isis da par suo non conosce fini spirituali quando uccide, gli attacchi sono visti utilitaristicamente come un mezzo per sbarazzarsi di un numero elevato di occidentali e per alzare clamore mediatico, di fatto egli dà poco valore alla sua vita, a differenza dei nipponici i quali, al contrario, compivano il sacrificio sprezzanti della morte. Un esempio calzante di lealtà incondizionata al proprio paese e alle proprie tradizioni l’inventore dei corpi d’assalto speciali, l’ammiraglio Onishi, il quale poco prima di espiare con il seppuku il suo fallimento disse: “Desidero esprimere la mia più profonda stima per le anime degli eroici piloti da attacco speciale. Essi hanno combattuto e sono morti da bravi, fiduciosi nella nostra vittoria finale. Desidero espiare con la morte quanto io abbia avuto colpa nell’incapacità di ottenerla e porgo le mie scuse alle anime dei piloti che sono morti e alle famiglie che sono rimaste orbate di essi. Vorrei che i giovani del Giappone trovassero una morale nella mia morte”.

Il saggio si fonda quindi sul parallelismo etico ed estetico tra kamikaze e uomini bomba, cercando, con successo, di evidenziare le differenze anche minimali tra i due concetti, nel far questo l’autore auspica che non venga più svilito il termine kamikaze, troppo spesso speso per etichettare i tagliagole dell’Isis, banalizzandone la figura. Una lezione efficace e valida per chi legge ma soprattutto per chi è chiamato a scrivere.

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