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Missione in Niger, ma a che prezzo?

Ultimo atto formale della legislatura? Far votare al Parlamento una bella missione in Niger guidata dalla Francia alla faccia dello Ius Soli. Un controsenso nel vero senso della parola che, però, serpeggiava da qualche mese, visto che lo stesso Sole 24 Ore parla del provvedimento come in cantiere, ma sotto traccia, già dallo scorso maggio. E tutto questo nonostante le smentite del Governo che ha cercato di mantenere fino ad oggi un basso profilo.

La missione, i cui numeri sono ottimamente esplicati in quest’altro pezzo del Sole, è stata auspicata tantissimo da Parigi e nasce formalmente come azione di contrasto al terrorismo e alla tratta degli immigrati lungo il Sahel, ma è chiaro come questo sia un ombrello volto a coprire le vere motivazioni di un intervento del genere. Qui c’entra tantissimo l’imperialismo di Parigi mischiato alla volontà di Macron di sfruttare questo momento di difficoltà della Germania per guidare un progetto di esercito comune europeo, oltre ovviamente a tanti rapporti di forza in seno all’Unione.

Sono anni del resto che la Francia continua a far il bello ed il cattivo tempo nelle sue (ex) colonie. Macron ha dato solo un volto chiaro all’ambizione di una grandeur mai veramente sopita o abbandonata. Ed in questo si è fatto aiutare dalle tante dinamiche europee che, ancora oggi, danno ragione a Kissinger quando parla del vecchio continente come di un <<gigante economico, nano politico e verme militare>>.

Per capire dobbiamo fare un paio di passi indietro e tornare alla mancata assegnazione a Milano dell’Agenzia Europea del Farmaco. Tutto nasce dopo la Brexit e la conseguente spartizione di tutte le autorità presenti nel Regno Unito. All’epoca si disse che l’Italia fosse tra le favorite e ci fu pure una certa retorica pro-governativa sui successi dell’Expo Milano 2015, insomma non ci sarebbe stata gara con nessuno. Niente di più falso, visto che come sappiamo alla fine vinse Amsterdam.

Possibile? Sì, se non si tiene conto dei vari equilibri europei. Allora ago della bilancia per l’Olanda fu la Spagna, e questo per due motivi: il primo, meramente diplomatico e di facciata, fu lo scarso sostegno italiano a Rajoy sulla questione dell’indipendenza catalana. Il secondo, infinitamente più politico, si deve imputare a tutti quegli inutili e retorici incontri a tre tra Berlino, Parigi e Roma voluti da Renzi. Vertici che come sappiamo non sono serviti assolutamente a nulla se non ad inimicarci tutti gli esclusi con cui, magari, potevamo costruire un fronte euro – mediterraneo per contrastare l’egemonia delle politiche nord europee. Madrid in testa.

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La sconfitta di Milano avrebbe aperto però anche uno spiraglio dato che proprio la Merkel, azionista di maggioranza di ogni consesso europeo, sarebbe rimasta con le pive nel sacco dopo aver steccato la possibilità di trasferire da Londra a Francoforte l’Autorità Bancaria Europea (EBA), finita poi proprio in Francia. È chiaro che se la cosa fosse mai andata in porto si sarebbe costituito uno dei poli finanziari più importanti del mondo vista la presenza della Banca Centrale Europea (BCE), del Comitato per il Rischio Sistemico (ESRB) e dell’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali (EIOPA). Col rischio di rinforzare ancora di più il potere di veto tedesco in Europa.

A spuntarla fu come abbiamo detto proprio la Francia che ora restituisce il vero volto di Macron: il rampollo uscito dal mondo dell’alta finanza, osannato dalla stampa e da tutti i radical chic in funzione antilepenista altri non è se non un neo gollista convinto con tante, anzi tantissime, derive bonapartiste come dimostra il suo attivismo in Africa con Haftar ed il Niger. Una buona notizia per noi, si fa per dire, che da sempre subiamo tutte le velleità transalpine, tanto a livello economico quanto in politica estera.

Un attivismo del genere dell’Eliseo ci riguarda infatti in prima persona visto che oramai sembra abbastanza chiaro quale sia il vero progetto del neo presidente francese: sfruttare un momento di impasse come questo, con la Germania della Merkel in crisi politica nera, per cercare di imporre la sua OPA su un settore strategico come quello della difesa comune europea.

Ma a che prezzo, viene da chiedersi? È evidente che in un momento di crisi delle intere istituzioni europee, sempre più burocratizzate e lontane dalle esigenze di ogni cittadino, riaffiorino i nazionalismi tanto vituperati. Solo che non sotto forma dei consueti populismi ma delle facce presentabili di popolari, socialisti o ibridi annacquati. Così in Francia come in Austria e, molto probabilmente, a Berlino dalle prossime settimane. Gli stessi presentabili pronti ad usare il metodo del bastone – carota con noi italiani, sempre pronti a metterci supini.

Se avessimo qualche statista degno di questo nome saprebbe che tutto ha un costo. E seguire la Francia nella sua vorticosa politica estera per accaparrarsi qualche briciola di potere certo non ci darà alcun posto di prestigio, come invece sono convinti a Palazzo Chigi. Anche perché come diciamo oramai da tanto tempo chi è stato causa del problema non può certo pretendere di esserne la soluzione. I rischi qui sono grossi e certo non c’è da fidarsi di chi Come Macron ci ha già dimostrato di che pasta è fatto, ma questa è un’altra storia che non tutti sono in grado di capire.

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