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La Siria come nuovo scacchiere geopolitico

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Qasem Soleimani
Iraniano e membro dei Pasdaran, generale della brigate Gerusalemme in Siria da giugno 2015 a fianco delle forze lealiste.

Se dovessimo analizzare la guerra civile siriana, oltre all’immane tragedia umanitaria e al dilagante doppiopesismo occidentale, emergono fattori molto importanti da analizzare. Primo fra tutti il lento declino statunitense, seguito dall’inettitudine europea ed italiana e, infine, una Russia sempre più al centro delle relazioni internazionali nel mediterraneo.
Partendo dal principio gli Stati Uniti hanno perso credibilità almeno per quanto riguarda l’efficacia della loro azione militare e diplomatica: in quattro anni di guerra civile sono riusciti sì a destabilizzare Damasco e paesi limitrofi ma non a rovesciare ancora Assad. Hanno centrato anzi un intento non previsto: quello di ricompattare completamente il fronte sciita e di riconoscere all’Iran il ruolo di potenza regionale in aperto contrasto con la Turchia, paese a maggioranza sunnita, tradizionale alleato di Washington e membro della NATO. Aggiungiamo poi che dopo la caduta di Saddam Hussein l’Iraq è oramai entrato di diritto nella sfera di influenza della Repubblica Islamica. Per quanto riguarda la Siria invece Teheran e Beirut contribuiscono già da mesi con forze sul campo, tra la brigata Gerusalemme (in farsi Niru-ye Qods) e gli Hezbollah, a combattere i gruppi jihadisti tanto amati (o armati?) sino a poco fa dall’occidente. 

È una strategia difficile da comprendere quella dell’amministrazione Obama: accordi sul nucleare iraniano, per poi tollerare (o fomentare) la presenza dello Stato islamico in medio oriente in chiara funzione anti sciita e quindi anti persiana.

L’Europa, seguendo ciecamente le istruzioni atlantiche si è evirata per l’ennesima volta rimettendo ogni sua scelta legittima oltre oceano. L’Italia per parte sua, nonostante la velocità ed il protagonismo cianciato da Renzi, non conta nulla sul piano internazionale come abbiamo già avuto modo di dire nel passato. Contro ogni nostro interesse abbiamo interrotto le relazioni diplomatiche con Damasco, come già facemmo in modo masochista quando sanzionammo l’Iran qualche anno fa per ordine dei nostri padroni e permesso, poi, alla Francia ed alla Nato di distruggere la Libia ed i nostri interessi fingendo pure di essere d’accordo.

L’assenza dell’Europa non fa che favorire l’ascesa della Russia nel Mediterraneo, del resto tra Mosca e Damasco i rapporti diplomatici sono storicamente ottimi, mentre con Teheran negli ultimi anni sono maturati tanto da portare collaborazioni nello sviluppo dei programmi civili nucleari. Se poi aggiungiamo le ultime notizie che vorrebbero un intervento diretto di Putin, con soldati e mezzi blindati, nello scenario siriano abbiamo un quadro generale della situazione. rohani putin assad siria iran russia guerra civile siriana

Nello scacchiere damasceno, dove si giocano i futuri equilibri mondiali, Washington sta perdendo, Bruxelles si masturba dietro di lei, Roma non esiste e Mosca, col suo nuovo “asse del male”, fa man bassa in nome di un altro imperialismo.

Date queste premesse il Mediterraneo non deve essere terreno di scontro tra le due super potenze mondiali, Stati Uniti e Russia, e feudo dell’unica potenza regionale degna di questo nome, la Germania.

I frutti di questa nuova guerra per procura sono sotto gli occhi di tutti: un esodo incontrollato di disperati in fuga da quei conflitti combattuti da un lato dai galoppini dell’alleanza atlantica, della Turchia e dell’UE, mentre dall’altro dalle forze lealiste sostenute da Mosca. L’ipocrisia che porta in molti a piangere la morte di quel fanciullo siriano sulle coste turche, col miraggio di arrivare in Europa, ha chiare responsabilità tra i nostri governanti ed i vari “maître à penser” come Bernard-Hery Levy, Lerner, Boldrini e quant’altri erano in festa per quella mattanza definita da molti il “68 arabo”.

Azzardiamo un pronostico, nonostante molti analisti sostengano che la durata del conflitto sia favorevole ai jihadisti, per noi il tempo favorirà Assad – un’ipotesi da sperare visto l’abisso di bestialità che si aprirebbe in caso contrario – ma viene da chiedersi a quale prezzo.

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