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I dieci anni della guerra in Iraq e la (vera) sconfitta statunitense

A dieci anni dall’inizio della guerra in Iraq, quali sono stati i risultati conseguiti in seguito alla brillante “missione democratica” americana? Prima di tutto è giusto ricordare il casus belli di questo grande avvenimento: la necessità di deporre Saddam Hussein per riportare democrazia all’interno del paese e concordia fra le numerose etnie (tra cui sunniti, sciiti e curdi); ma anche l’importanza di scongiurare una guerra batteriologica scovando le presunte armi chimiche in mano all’ex leader. Ovviamente nulla di tutto ciò è stato risolto: la condanna a morte del presidente, eseguita nel 2006, non è stata nient’altro che uno specchietto per le allodole; l’Iraq è rimasto poverissimo, il processo democratico stenta a decollare (nonostante la guerra sia finita ufficialmente da più di tre anni) anche a causa delle spinte secessioniste del Kurdistan, regione che prende il nome dall’etnia prevalente, i curdi.

iraq

Naturalmente quello detto finora non nasconde i veri motivi dell’attacco: una guerra economica in nome dell’imperialismo americano, che ancora una volta non ebbe scrupoli di fronte all’insaziabile voglia di soddisfare le proprie mire espansionistiche; migliaia di civili e militari sono caduti per difendere la sovranità politica ed economica della nazione mediorientale, decisi che la ricchezza custodita nel proprio sottosuolo rimanesse nazionalizzata e ben salda nelle loro mani e in quelle dello Stato. Il petrolio, in mano al governo nei venticinque anni sotto la guida di Saddam, è stato quindi l’oggetto della guerra ma anche il motivo principale delle controversie che tuttora affliggono il paese.

Al giorno d’oggi, dati alla mano, si può tranquillamente affermare che la campagna a stelle e strisce sia stata un autentico fallimento: il danno umano, che siamo sicuri sia stato l’ultimo dei problemi di Bush, conta quasi 4400 morti e oltre trentamila feriti tra le forza americane; ma il punto da sottolineare è un altro: la guerra in Iraq è stata, anche se non sarà mai riconosciuta come tale, probabilmente il più grande investimento del nuovo millennio: il costo complessivo, tra l’ effettivo dei sette anni di conflitto (oltre 500 miliardi di dollari) e quello di tutti gli aiuti promessi al paese, supererà nei prossimi anni i mille miliardi di dollari senza contare il danno umano non patrimoniale (il sito http://costofwar.com rende l’idea, con tanto di fonti).

Dopo la fine della guerra gli Stati Uniti cominciarono a mettere le mani avanti spingendo il neonato governo a promuovere una serie di intese, in previsione delle aste per l’assegnazione dei giacimenti petroliferi, che vedevano tra le tante (e convenienti) clausole, l’esclusione delle grandi compagnie russe e cinesi; ma nel paese, ridotto alla fame, aumentava un malcontento comune nei confronti degli invasori che in tutti modi stavano provando ad imporre le proprie condizioni: la legge non passò.

Al contempo vennero stipulati contratti con Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, per aggiudicarsi alcuni pozzi strategici al nord del paese; aver promosso l’autonomia di questa regione, a scapito di Baghdad, rendeva finalmente i suoi frutti anche se il grosso della torta era ancora tutto da spartire. Il Governo centrale, di fronte alla crescente indipendenza economica e politica del territorio in questione, non stette a guardare e bandì dalle future aste le aziende che avevano firmato contratti con Erbil: tra questa vi era il colosso statunitense ExxonMobil.

Se a quanto detto sopra si unisce l’aggravarsi della crisi finanziaria e le spinte nazionaliste irachene (che riconoscono giustamente nell’oro nero l’unica fonte di ricchezza per il paese) ci troviamo al giorno d’oggi in questa situazione: i maggiori giacimenti petroliferi del paese sono sfruttati prevalentemente da compagnie asiatiche (la malesiana Petronas o cinesi) ed europee (anche russe), e solo una piccola fetta (se confrontato al totale delle disponibilità) è finita in mano statunitense.
Le condizioni di vita del popolo iracheno sono uguali, se non peggiori, agli anni ’90 e vedono disoccupatq una persona su due e tre su quattro senza corrente elettrica (dati Banca Mondiale); per non parlare del tasso di corruzione che nell’ultimo decennio ha portato il paese sul podio mondiale di questa triste classifica (non che l’Italia possa vantare un gran punteggio).

Le organizzazioni internazionali rimasero omertose di fronte a questo scempio, mentre altre (la NATO) arrivarono a promuoverlo. Per quanto tempo i paesi indipendenti e sovrani del mondo (noi non siamo tra quelli) si dovranno sentire minacciati a causa del loro potenziale economico? Iran e Siria sono avvertiti…

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