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Fiscalizzate la prostituzione!

Molti sono stati i loro nomi nel corso della Storia: dalle sacre “ Meretrici” dell’antica Roma, alle volgari “puttane” dei nostri giorni. Perché questo sono in fondo le prostitute, una guerra di metafore e significati i cui protagonisti sono le due principali tradizioni/religioni del Vecchio Continente. Alla visione Pagana sacrale del sesso e delle sue servitrici si è impetuosamente sovrapposta nel corso del tempo quella moralistica e intransigente della Chiesa Cattolica.

Eppure, da qualunque prospettiva la si guardi, la prostituzione ha delle oggettività abbastanza evidenti: la sua eterna permanenza in ogni tipo di società e la sua effettiva identità lavorativa. A fronte di una secolare trattazione religiosa, risulta dunque più giusto e imparziale che la presenza del fenomeno debba essere gestita direttamente da uno Stato laico. A dimostrazione di quanto detto si evidenzia in Italia una crescente e futile battaglia nei confronti della prostituzione a partire proprio dal ricongiungimento tra Stato italiano e Chiesa Cattolica con la sigla dei Patti Lateranensi. Di lì in poi sarà il “modello giuridico abolizionista” (in contrapposizione con quello regolamentarista adottato in alcuni paesi europei) quello scelto dall’ordinamento italiano, il cui culmine è la legge Merlin del 1958. L’ipocrisia del PSI ha voluto chiudere per sempre le cosiddette case chiuse, a seguito del reato di “SFRUTTAMENTO DELLA PROSTITUZIONE”.

Il paradossale risultato? Lo sfruttamento sfrenato delle “lavoratrici del sesso”, costrette ad operare sulla strada in condizioni spesso inverosimili tanto dal punto di vista igienico-sanitario quanto da quello economico-lavorativo. Allora viene da chiedersi: “Come può lo Stato non rendersi conto, ad oggi, del paradosso che ha prodotto?” Oppure: “Perché non riesce a capire che la FISCALIZZAZIONE DELLA PROSTITUZIONE potrebbe voler dire creazione di lavoro pulito e legale con conseguenti ingenti introiti fiscali?” Il tutto senza contare l’eventuale scacco matto alla criminalità organizzata, oltre al gesto sociale che tornerebbe a donare nuova dignità ed adeguate condizioni lavorative a chi ha perso tutto per colpa del “buon costume” e dei suoi seguaci.

E se in un mondo di costretto perbenismo dominato da etica, morale e forse altro ancora noi non ci vergogniamo di dire questo è perché siamo convinti fino in fondo che il lavoro in tutte le sue sfumature, sfaccettature e significati debba essere, verso il proprio popolo, la priorità di uno Stato, che tuttavia sembra oggi non esserci più.

 

fiscalizzate la prostituzione

 

 

 

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