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Elogio della guerra

“Elogio della guerra” è un’opera di Massimo Fini pubblicata per la prima volta nel 1989. Fini, lontano come al solito da ogni schema precostituito, tanto da quello pacifista quanto da quello guerrafondaio, traccia una sintetica storia della guerra, sulla base della quale trae poi riflessioni politiche ed etiche.

L’autore sostiene l’impossibilità di esprimere una condanna “tout court” dei conflitti, perché radicalmente connaturati all’essere umano sin dagli albori della società e dal momento che hanno avuto anche degli aspetti sicuramente positivi: il ricorso alle armi serve infatti a canalizzare e quindi, in qualche modo, a orientare la naturale propensione individuale e collettiva alla violenza in un contesto consono. massimo fini elogio della guerra

La guerra è spesso stata individuata come un’alternativa alla banalità della routine quotidiana, le battaglie sono state nel corso della storia determinanti per stabilire i rapporti politici fra due Tribù, Nazioni, Civiltà; la guerra ha sempre favorito molte forme di sviluppo ed intorno ad essa sovente si sono sviluppate varie forme di eticità e di spiritualità che guidavano le élites dei soldati non solo durante gli scontri ma anche in tempo di pace.

Mostrato quindi come, nonostante le sue atrocità, la guerra non sia solo naturale e quindi inevitabile, ma a tratti anche “utile” e giusta”, Fini evoca una distinzione fra guerra “premoderna” e guerra “moderna”. La guerra premoderna, pur con tutte le evoluzioni belliche avvenute nei secoli era un esperienza a misura d’uomo, non coinvolgeva tutta la popolazione ed era di solito relativamente poco distruttiva e geograficamente circoscritta. La guerra moderna è invece “guerra totale”: totale perché mondiale, perché coinvolge tutti senza fare eccezioni e fa più vittime civili che militari, perché essendo a “misura di macchina” non lascia spazio a un’etica bellica. Con il ricatto atomico poi, cioè il rischio di una guerra “così totale” da spazzare via il genere umano, la guerra come era stata intesa fino a 100 anni fa è scomparsa definitivamente.

Eppure, visto che la violenza, il conflitto e quindi anche gli scontri fra gruppi fanno parte della nostra natura, la guerra non è scomparsa, e solo cambiata in peggio e, in modo ipocrita, non la si chiama più per nome. Il ristato è che “in questi 45 anni di pace atomica ci sono stati in realtà circa 150 conflitti che però mai hanno preso le forme della guerra, ma quelle di guerriglia o guerra civile, [...] più feroci e crudeli della guerra”. Secondo l’autore la guerra intesa nell’accezione più moderna esprime il “fallimento” della modernità: la guerra come si è sempre fatta è stata esiliata dal nostro mondo, ma il risultato di questa condanna è stata la sua sostituzione con forme più brutali, meno controllabili e prive di quegli aspetti positivi che essa ha sempre avuto.

L’opera con la consueta ricchezza di esempi e citazioni si scaglia contro l’ormai assimilato tabù della Guerra in quanto tale, un fenomeno tanto naturale e congenito quanto criminalizzato dai media, gli stessi media che si arrogano il diritto di decretare quali conflitti siano accettabili e quali no, non alzando un dito contro le più che discutibili azioni militari dei potenti di turno.

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