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Considerazioni sul Referendum Costituzionale

Siamo ormai giunti alle ultime battute del percorso di avvicinamento al Referendum costituzionale proposto dal Governo e indetto per domenica 4 dicembre. Il quesito sul quale gli italiani saranno chiamati ad esprimersi verterà su una riforma del parlamento con la radicale riforma del Senato, sulla revisione delle competenze affidate alle autonomie locali e sull’abolizione del CNEL.

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Prima di analizzare nel merito le modifiche proposte dalla riforma vediamo come si è arrivati a tutto ciò: la nostra Costituzione prevede la possibilità di modifiche del proprio testo all’articolo 138 attraverso l’approvazione, da parte del parlamento, di Leggi Costituzionali approvate da entrambe le camere con una maggioranza qualificata pari ai due terzi dei votanti. Nel momento in cui in almeno una delle camere non si raggiungesse tale maggioranza qualificata, ma solo una maggioranza assoluta (50% + 1 dei votanti), un quinto dei membri di una camera, 500.000 elettori o cinque Consigli regionali potranno richiedere l’indizione di un referendum entro i 3 mesi successivi, se non dovesse effettuarsi tale richiesta, o se la proposta referendaria venisse giudicata illegittima, la Legge approvata sarà promulgata dal Presidente della Repubblica ed entrerà in vigore.
Attraverso tale procedimento si è dunque giunti all’indizione del Referendum del 4 dicembre, il quale, trattando di materie costituzionalmente rilevanti, presenta delle caratteristiche peculiari rispetto all’ordinario Referendum abrogativo, prima fra tutte l’assenza di necessità del doppio quorum: normalmente è infatti previsto un primo requisito che indichi la partecipazione del 50%+1 degli aventi diritto al voto e un secondo sulla preferenza tra il Sì o il No che sia la maggioranza dei voti espressi, in questo specifico Referendum invece sarà necessario solo il secondo.
La scena politica nostrana è dominata dal tema referendario ormai da mesi, anche e soprattutto perché le opposizioni vedono nell’eventuale vittoria del no la concreta possibilità di un passo indietro di Renzi e il conseguente ritorno alle urne. La tesi che il Governo insiste nel sostenere, ossia quella secondo cui una eventuale bocciatura della Riforma comporterebbe scenari catastrofici per lo scenario politico italiano, affermandosi di fatto come l’unica forza in campo capace di risollevare le sorti del Paese, è facilmente confutata dal fatto che non sia stata ottenuta la maggioranza qualificata necessaria al termine del dibattimento in parlamento. E’ inoltre rilevante anche il gran numero di tecnici del diritto, in linea teorica scevri dalle logiche politiche e di partito, che stanno da tempo intervenendo evidenziando le carenze e le falle della Riforma Renzi-Boschi.

Ma in cosa consiste nello specifico il Referendum? L’elemento più rilevante riguarda sicuramente la riforma del parlamento: l’idea del Governo è quella di una sostanziale modifica del Senato. L’attuale ordinamento, infatti, prevede un sistema di bicameralismo paritario (o perfetto) in virtù del quale entrambe le camere svolgono le medesime funzioni ed esercitano gli stessi poteri, più importante tra i quali la possibilità di avanzare e valutare nuove proposte di Legge. Nell’ipotesi prospettata nel quesito invece, il nuovo Senato sarebbe formato da 21 tra i sindaci delle maggiori città italiane e da Consiglieri regionali nominati dai rispettivi Consigli (per un totale di 100 Senatori) finendo per perdere la propria capacità legislativa, in tale ambito il Governo dovrà ottenere la fiducia della sola Camera dei Deputati.
L’intento è quello di snellire l’iter legislativo evitando i continui passaggi dei disegni di Legge da una camera all’altra ma il prezzo da pagare sarebbe altissimo: i nuovi senatori infatti finirebbero per godere di tutti i privilegi e le immunità di cui godono attualmente i parlamentari con la sostanziale differenza di non essere stati eletti dai cittadini, visti i costumi cui il nostro panorama politico ci ha tristemente abituato, specialmente in ambito regionale (uno su tutti: il tema della malasanità), non serve un’eccessiva immaginazione per prevedere nomine di convenienza ad hoc per i “soliti noti” da parte dei Consigli regionali. Inoltre tale prospettiva offrirebbe eccessivi poteri al Governo che si troverà così in una posizione di totale supremazia rispetto al parlamento, lo squilibrio e i conflitti di competenza tra le camere comporteranno infatti una serie di problematiche: il partito che alle elezioni otterrà una pur minima maggioranza alla Camera godrà di uno spropositato premio di maggioranza che ridurrà notevolmente il potere delle opposizioni e che comporterà inevitabile faziosità nella nomina parlamentare di organi di garanzia (Presidente della Repubblica e membri della Corte Costituzionale).

Come affermati economi e giuristi hanno più volte evidenziato i fantomatici tagli alle spese di cui da mesi si riempiono la bocca i sostenitori del Sì vanno decisamente ridimensionati (la riduzione effettiva sarebbe solo di un quinto) e sarebbero facilmente conseguibili con la riduzione del numero dei Deputati (attualmente 630).
Altro punto focale della riforma riguarda il Titolo V della Costituzione, ossia quello che regola i rapporti e le competenze tra Stato ed Autonomie Locali (Regioni, Comuni e Città metropolitane), già fortemente modificato con una riforma del 2001 che è stata causa di notevoli contenziosi nel corso degli anni. Tali contenziosi non saranno nulla però rispetto a quelli che si avrebbero con il nuovo disegno: l’idea è infatti quella secondo cui lo Stato potrà decidere autonomamente di intervenire in ambiti di competenza esclusiva regionale quando sia in gioco l’interesse nazionale, nulla si dice su chi valuterà e secondo quali parametri sarà valutato tale interesse, l’unica cosa certa sono gli scontri a cui porterebbe tale ambiguità. Ulteriori modifiche si avranno sui poteri di cui dispone il corpo elettorale, anch’essi ridotti: la previsione referendaria vorrebbe la triplicazione (da 50.000 a 150.000) delle firme necessarie per la proposta di un disegno di legge d’iniziativa popolare. E’ previsto che cambino anche i requisiti necessari per la richiesta di referendum abrogativo: attualmente sono necessarie 500.000 firme, l’idea è quella che raccogliendone 800.000 si avrebbe una modifica del quorum: per essere valida la votazione dovrà coinvolgere il 50%+1 del numero dei votanti alle ultime elezioni politiche e non più sulla base del numero degli aventi diritto.

Notevoli perplessità sono state sollevate anche sulla composizione del quesito stesso: perché unire in un’unica domanda una varietà così vasta di questioni? Se per ipotesi l’abolizione di un organo obbiettivamente inutile come il Consiglio Nazionale di Economia e Lavoro potrebbe essere vista di buon occhio dai più, perché costringere a votarla insieme alla modifica del Senato? Se si pensa che poi, proprio in riferimento al CNEL, questo potrebbe essere tranquillamente svuotato di ogni suo potere tramite Legge ordinaria, i dubbi sui veri mandatari di questa riforma aumentano: facile tornare con la memoria al 2011 e alla famosa lettera della Banca Centrale Europea indirizzata all’allora Governo Berlusconi e contenente richieste perentorie in merito alle misure economiche da adottare per ottenere il suo sostegno. Da un Esecutivo che sin dal momento del suo insediamento non ha fatto che muoversi a seconda del vento che tirava, azzerando la già scarsa autorevolezza internazionale di cui gode l’Italia all’estero, non è difficile immaginare uno scenario in cui disposizioni e modifiche inserite nel quesito referendario provengano da altri più che essere frutto delle effettive necessità del Paese.
Ultima e non trascurabile considerazione è quella relativa alla legittimità a priori di tutta la riforma: è accettabile pensare che una modifica così rilevante della Costituzione sia proposta da un parlamento eletto con una Legge elettorale (Porcellum) riconosciuta illegittima dalla Corte Costituzionale e sponsorizzata in modo così forte da un Esecutivo non democraticamente eletto dal popolo?

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  1. Anonimo

    [...] fallimento della riforma costituzionale del resto ne è la riprova (qui il nostro approfondimento), non solo perché riforme di tale portata non nascevano da nessuna legittimazione politica, e [...]

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