Tra fascismi, veri o presunti, l’unico pericolo è il vostro conformismo

Sembra che in Italia il problema principale sia quello del ritorno del Fascismo.

Una speculazione esasperata e che rischia di assumere dimensioni abbastanza pericolose.

Il Fascismo, con buona pace di scrittori antifascisti in cerca di autore, o di editori, e che senza sarebbero costretti a trovarsi un lavoro vero, è solo uno spettro come mostrano chiaramente le ultime elezioni politiche. Le percentuali difficilmente mentono e basterebbe leggerle per rendersi conto che quello 0,9%, irripetibile perché dovuto ad un voto di protesta fagocitato oggi in toto da Salvini, e l’altro 0,4% ritraggono la realtà meglio di qualsiasi appello: l’unico pericolo è quello di morire di noia.

Ed infatti in molti lo hanno capito decidendo di spostare la barra su temi più adatti ai neocon d’oltre oceano, seguendo in tutto e per tutto la Lega nelle sue sparate nazionalpopolari che di sovranista hanno ben poco. Siamo pronti a scommettere però che nemmeno questo paghi in termini elettorali vista la concorrenza spregiudicata dei partiti al governo oggi.

salone del libro di torino

Il Paese reale ha chiaramente altri problemi che gli intellò non riescono o non vogliono vedere nella loro battaglia quotidiana contro il nulla. A definirli e dargli uno scopo è solo la ricerca di nuovi agitprop fasulli come le idee e le patenti di legittimità che vorrebbero dare.

In questa piazza grande di banalità non si sa se a dar più fastidio sia lo storpiare il nome della casa editrice Altaforte, chi per insulto chi per semplice ignoranza ignorandone l’origine (una sestina di Pound), o bloccare un intero paese agitando lo spauracchio di un pericolo inesistente.

A questi intellettuali, o presunti tali, diamo solo un consiglio: dopo che le elezioni europee dimostreranno ancora una volta quanto la pistola fumante del pericolo fascista sia scarica, trovatevi un nuovo obiettivo. Anche perché tra Nato, atlantismo esasperato se non dogmatico e servilismo politico/culturale non siete poi così differenti dallo stesso Salvini che tentate di combattere.

Strisce blu: basta #VampiRaggi

Nel pomeriggio i ragazzi di AreAzione hanno compiuto una serie di blitz in diverse zone della Capitale in protesta contro la recente politica posta in essere dall’amministrazione Raggi che, vittima della sua stessa incompetenza, continua a vessare i cittadini romani per risanare i conti comunali che lei, come i suoi predecessori, hanno contribuito a mandare in rosso nel corso degli ultimi decenni.

L’ultima brillante novità è relativa all’istallazione di tastiere alfanumeriche presso le colonnine per pagare le “strisce blu” di parcheggio che hanno imposto ai cittadini di dover digitare la targa della propria automobile al momento del pagamento. Questo, oltre che comportare una procedura molto più lenta e macchinosa, fa si che il singolo cedolino di ricevuto pagamento sia riferibile per il periodo pagato alla sola automobile la cui targa sia stata digitata. Di più: in caso di errore nella digitazione la contravvenzione sarà emessa come se il pagamento non fosse mai avvenuto.

I disagi sono ovviamente plurimi: oltre a doversi ingegnare per digitare la propria targa su display piccoli, mal illuminati e difficilmente intellegibili (specialmente per gli anziani), oltre a doversi attrezzare per avere sempre con sé i dati della propria automobile (spesso in ambito familiare ci si trova a circolare alternativamente con mezzi, e dunque con targhe, diversi), oltre a dover perdere tempo per compiere un pagamento già di per sé discutibile (così come per il bollo, si tratta di imposte che dovrebbero garantire la corretta manutenzione delle strade su cui ci sforziamo di stendere un velo pietoso) i cittadini non avranno più la possibilità di offrire il proprio parcheggio a qualcun altro nell’ipotesi in cui dovessero abbandonarlo prima dello scadere del tempo pagato, una pratica piuttosto diffusa specie nelle zone vicino a licei, università e ricche di uffici.

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La geniale innovazione si va ad incastonare perfettamente in un contesto nell’ambito del quale tutto è organizzato per sfruttare al massimo i cittadini: “strisce blu” sempre più frequenti rispetto ai parcheggi gratuiti (anche in barba alle normative vigenti), controlli vessatori compiuti strategicamente nei pressi delle zone anzidette anche più volte al giorno, aumento periodico del costo del parcheggio ed inasprimento delle multe. Il tutto a fronte di un servizio grottesco nell’amministrazione e nella gestione della viabilità della città che va avanti da anni e che non accenna a migliorare.

Spremere i cittadini romani non è il modo giusto per sopperire alle vostre numerose incompetenze, diciamo basta ai vampiri dell’amministrazione!
Basta #VampiRaggi

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Siamo alla disgregazione dell’Europa?

Strano a dirsi ma è proprio così, l’Europa è vicina al tracollo finale ma, incredibilmente, non c’entrano i populisti. Andando oltre le semplici notizie di cronaca e politica, Salvini al governo l’ipotetico asse con l’austriaco Kurz i paesi di Visegrad sempre più rigidi il tedesco Seehofer che fa vacillare la Große koalition tedesca e la crisi migratoria al centro di tutto, è chiaro che non si possano imputare queste difficoltà al governo penta – leghista.

Sarebbe un riconoscimento troppo alto o, nella migliore delle ipotesi, un modo molto sporco per lavarsi la coscienza. I veri responsabili sono infatti le due più importanti famiglie politiche europee, vale a dire popolari e socialdemocratici (in senso stretto il classico binomio destra – sinistra) che dalla crisi del debito sovrano in poi (2011) hanno puntellato malamente l’assetto europeo. Una scelta goffa, quando non punitiva, contro paesi come il nostro che poi, dopo anni di bastonate e umiliazioni, hanno scelto di andare in controtendenza e premiare elettoralmente i celebri populisti.

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Eppure sarebbe stato semplice disinnescare una situazione come questa dove a guadagnare sono gli Stati Uniti che non a caso fanno la corte ai singoli paesi europei (vedi le aperture di Trump a Macron) per cercare di scardinare un concorrente economico come il vecchio continente. Sia chiaro, l’aspetto ultra liberista così come l’idea di un’Europa come solo mercato comune è la morte stessa del concetto di unità che dovrebbe essere prima politica, poi militare ed infine economica.

MA basta saper leggere con oggettività lo Spirito del Tempo per rendersi conto di cosa stiamo parlando. E tutto non è iniziato con Trump ma col famoso Dieselgate sotto Obama, la scusa cioè per tentare di fermare l’imponente locomotiva industriale tedesca in un qualcosa che sa proprio di déjà vu.

Kissinger del resto parlava di un’Europa come “gigante economico, nano politico e verme militare” spiegando quale scopo abbia ancora oggi l’Alleanza Atlantica: tenerci legati agli schemi della Guerra Fredda, con la priorità di scardinare, per l’appunto, quel gigante economico difficile da gestire fomentando ove possibile la disgregazione. Perché in politica estera gli alleati non esistono, sostenere il contrario è da fessi.

Destra – sinistra alla base di tutto questo insieme ad una classe di euroburocrati indegna, perché sua diretta espressione, ed incapace di decifrare la realtà che la circonda. L’Europa sopravvivrà o no? Impossibile saperlo, l’unica cosa certa è che non si possono servire due padroni, come per troppo tempo hanno fatto qui da noi.

L’Italia dichiara guerra all’Austria

“Poeti, pittori, scultori e musicisti futuristi d’Italia! Finché duri la guerra, lasciamo da parte i versi, i pennelli, gli scalpelli e le orchestre! Son cominciate le rosse vacanze del genio! Nulla possiamo ammirare, oggi, se non le formidabili sinfonie degli shrapnels e le folli sculture che la nostra ispirata artiglieria foggia nelle masse nemiche.” Filippo Tommaso Marinetti

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Dal populismo alla realpolitik, torniamo coi piedi per terra per favore

Questi populisti e i loro tentativi di governare fanno una paura incredibile stando a vedere la levata di scudi che stampa e istituzioni europee hanno fatto in queste ultime ore.

Eppure dovrebbe essere abbastanza chiaro che, qualora il tentativo dovesse andare in porto, come da italica tradizione i vari contratti di governo, così come gli accordi tra partiti o altro, difficilmente vedrebbero la luce se non autorizzati dal placet di qualche cancelleria europea o trans atlantica.

Che l’Italia sia infatti una democrazia dalla sovranità difettosa o limitata non è un mistero per nessuno visto che in nome del parlamentarismo vengano fatte passare delle porcate incredibili, con forzature o vere violenze costituzionali, salvo poi richiamarsi ai principi della Carta quando ci sia da tranquillizzare l’Europa, i “partner”, gli alleati e tutto il resto.

Fa speme vedere come in vari pezzi usciti in queste ore (Francesco Bei su La Stampa) si rispolveri un costituzionalismo d’accatto, e molto fazioso, per richiamarsi ad un pericolo di tenuta democratica con un superamento della costituzione materiale del Paese. Spieghiamo in breve: la costituzione formale sarebbe quella in vigore del 1948, mentre quella materiale l’insieme della prassi usata da una determinata classe dirigente in un determinato periodo storico (non parole nostre ma del costituzionalista Costantino Mortati). È chiaro quindi che, come tutto, sia suscettibile di qualsivoglia evoluzione purché sempre nei limiti della Costituzione propriamente detta.

++ M5S, ok incontro Salvini, non legittimiamo Berlusconi ++

Adombrare il solito rischio democratico dalle colonne di giornali che il più delle volte si sono dimostrati conniventi con un certo sistema di potere (i vari golpe bianchi tipo Monti) o che hanno fatto assurgere a organi costituzionali la direzione del Partito Democratico, un’assemblea di privati che ha sfiduciato il governo Letta senza passare dalle Camere o che ha superato la normale dialettica parlamentare, fa abbastanza ridere. Diciamocelo.

Bisognerebbe tornare un minimo coi piedi per terra e parlare di realpolitik: con un Di Maio oramai fiero atlantista ed un Salvini di lotta che nasconde la Lega di governo, per intenderci quella di Veneto – Liguria – Lombardia e anche Friuli, quali smottamenti potrebbero mai esserci? Una fuga dalla NATO o dall’Europa? Siamo seri, per favore. Basta l’esperienza greca di Tsipras a dimostrare la realtà dei fatti.

Ai vari Riotta, che riescono a sbagliare in diretta televisiva addirittura il primo articolo della Carta, consigliamo di parlare di cose che conoscono o, quantomeno, di non spaventare l’elettorato piccolo borghese agitando spauracchi di questo tipo. Sempre che non vogliano apparire più populisti dei populisti.

Sit in per la Stazione Fleming

Sì è appena concluso il sit-in organizzato dal Movimento Politico AreAzione davanti alla sede del XV Municipio di Roma.

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Da anni e da diverse amministrazioni non trova pace la questione della Stazione Fleming, costruita in occasione dei mondiali di calcio di Italia ’90 e mai entrata in funzione, ultimamente una recente sentenza del Tar del Lazio sembra aver posto la pietra tombale sul progetto, vanificando tutto il tempo e il denaro investiti in tale opera.

AreAzione è scesa in campo al fianco dei cittadini del quartiere per smuovere l’opinione pubblica a riguardo e, se fosse accertata l’impossibilità di procedere con il progetto originario, per rivendicare tale spazio proponendo nuove destinazioni d’uso.
Una delegazione dei manifestanti è poi stata ricevuta dal Presidente del Municipio Simonello che ha garantito il massimo impegno nella questione, riservandosi di contattare RFI e il Comune di Roma. Un nuovo avverrà entro 60 giorni e sarà nostra premura informarvi sugli sviluppi e le eventuali azioni politiche.

Vi invitiamo a monitorare la pagina ed il sito per ulteriori informazioni sui prossimi appuntamenti, segnalazioni e proposte sono ben accette alla mail areazioneroma@gmail.com.

Riprendiamoci la stazione!

Domani, 11 Maggio, appuntamento alle 17:30 davanti alla sede del XV Municipio (Via Flaminia n. 872).
Facciamo valere i nostri diritti, riprendiamoci la stazione!

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Non chiamateli kamikaze

Chi erano i kamikaze? Perché i cosiddetti martiri dell’Isis non possono e non devono essere accomunati ai combattenti giapponesi? Queste le due domande che si pone Daniele dell’Orco nel suo ultimo saggio “Non chiamateli kamikaze, Dai Cavalieri del Vento Divino ai tagliagole dell’Isis”, 2017, edito da Giubilei Regnani, nel quale, oltre a mettere a confronto l’etica del Bushido con quella dei tagliagole del vicino Oriente, mette sotto accusa l’uomo occidentale, vittima degli eventi da lui stesso scatenati dopo aver perso gran parte delle virtù del passato. 9788898620425_0_0_0_75

Uno dei passi più riflessivi del libro sicuramente è la parte in cui viene trattata l’etica del kamikaze, vicina all’antico pensiero classico occidentale ma discostatosi nel tempo a causa dell’etica cristiana, secondo la quale l’uomo non è nella disponibilità di “gettar via” la vita, in quanto dono di Dio. Dell’Orco analizza quindi il sacrificio dei martiri giapponesi, spiegando al lettore cosa sia realmente il Bushido e come si sia giunti durante la seconda guerra mondiale ad un “Bushido di Stato”, approfittando anche per dargli una infarinatura sulla storia del Giappone.

L’uomo bomba dell’Isis da par suo non conosce fini spirituali quando uccide, gli attacchi sono visti utilitaristicamente come un mezzo per sbarazzarsi di un numero elevato di occidentali e per alzare clamore mediatico, di fatto egli dà poco valore alla sua vita, a differenza dei nipponici i quali, al contrario, compivano il sacrificio sprezzanti della morte. Un esempio calzante di lealtà incondizionata al proprio paese e alle proprie tradizioni l’inventore dei corpi d’assalto speciali, l’ammiraglio Onishi, il quale poco prima di espiare con il seppuku il suo fallimento disse: “Desidero esprimere la mia più profonda stima per le anime degli eroici piloti da attacco speciale. Essi hanno combattuto e sono morti da bravi, fiduciosi nella nostra vittoria finale. Desidero espiare con la morte quanto io abbia avuto colpa nell’incapacità di ottenerla e porgo le mie scuse alle anime dei piloti che sono morti e alle famiglie che sono rimaste orbate di essi. Vorrei che i giovani del Giappone trovassero una morale nella mia morte”.

Il saggio si fonda quindi sul parallelismo etico ed estetico tra kamikaze e uomini bomba, cercando, con successo, di evidenziare le differenze anche minimali tra i due concetti, nel far questo l’autore auspica che non venga più svilito il termine kamikaze, troppo spesso speso per etichettare i tagliagole dell’Isis, banalizzandone la figura. Una lezione efficace e valida per chi legge ma soprattutto per chi è chiamato a scrivere.

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